Houston abbiamo un problema.
Il tentativo di applicare la tecnica del problem solving nella pallavolo…
Lo auguri solo al tuo avversario di perdere, ma quando è la tua squadra a farlo allora non ti resta che analizzare l’accaduto.
Houston abbiamo un problema, citando il famoso film Apollo 13.
Ma allora è una questione di problem solving?
Stando a ciò che è scritto sui libri e a quello che insegno nei master universitari il problem solving è:
a) un processo basato sull’esperienza;
b) un processo che volge al miglioramento della realtà;
c) un processo basato sul gioco di squadra.
Fatte queste considerazioni applicare questo strumento nella pallavolo da parte di un allenatore dovrebbe essere facile.
Il metodo consiste in:
1) Analisi delle informazioni: raccolta dei dati, fatti, informazioni, percezioni e opinioni per conoscere e valutare la situazione.
2) Definizione del problema: a fronte di ogni situazione problematica esistono più fatti, più cause attraverso la diagnosi di fatti e cause si può distinguere chiaramente il problema su cui intervenire.
3) Ipotesi di soluzione: una volta analizzato correttamente il problema, si cerca di definire le possibili soluzioni a fronte degli obiettivi definiti. Fissare gli obiettivi significa trovare una mediazione tra “opportunità e risorse”.
4) Implementazione: a fronte del rapporto problema/obiettivi esistono sempre alternative di decisione. Ogni decisione ha sempre punti forti/punti deboli: occorre valutarli prima per impostare eventuali azioni di supporto alla decisione.
A questo punto non resta che prevedere un piano di azione per focalizzare i passi da compiere per la soluzione, senza dimenticare di segnalare: responsabilità, attività, tempi, scadenza, momenti e meccanismi di verifica e monitoraggio.
Sulla carta è lineare e chiaro, ma come mai risulta così difficile trovare la soluzione al problema??
Sono molte le variabili che intervengono e non rendono assiomatico il processo del ps.
Nella pallavolo, così come in molte organizzazioni aziendali, si parte dalla definizione del problema anziché dall’analisi delle informazioni. Questo è un passo falso perché così facendo a volte non si riesce nemmeno a definire il reale problema. Inoltre, nella fase iniziale di raccolta delle informazioni non viene dato spazio alle opinioni dei giocatori, che invece risultano un bagaglio informativo di grande valore. Così facendo, ad esempio, un problema di integrazione può invece avere un risvolto tecnico o viceversa (ecc.).
A seguito risulta, così, necessaria un’analisi adeguata delle informazioni raccolte, poiché a fronte di una situazione ci possono essere più fatti e più cause che portano alla complessità del problema ( fragilità mentale, squadra giovane, tecnica incerta quindi migliorabile, allenamenti ecc.).
Adesso viene il momento per l’allenatore di ipotizzare una soluzione e definire gli obiettivi generale e specifici, mediando tra le opportunità e le risorse umane e strutturali a disposizione ( team, gap tecnici ecc.).
Il processo di ps termina ipotizzando più soluzioni alla situazione problematica, ma soprattutto valutando i punti di forza e punti di debolezza delle ipotesi preventive, valutando da subito eventuali azioni di supporto alla decisione definitiva da prendere.
Ma allora perché non è tutto così semplice???
Perchè in ballo ci sono le risorse umane, atleti, che soprattutto nel nostro ambiente semi professionistico, non sempre hanno la volontà dei campioni e se magari hanno la volontà non hanno i mezzi o le competenze fisiche e tecniche necessarie a seguire correttamente i passi.
Ma in questo caso ci siamo noi allenatori che motiviamo e sebbene qualche volta scappa la pazienza, la riafferriamo e procediamo certi di una cosa: la volontà di educare alla vittoria.