Capitan8's Blog

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Il Profeta Novembre 6, 2009

Archiviato in: c'era una volta... — capitan8 @ 2:50 pm

Allora un maestro disse: Parlaci dell’insegnamento.

Ed egli disse: Nessuno può rivelarvi se non quello che già cova semi addormentato nell’albore della vostra conoscenza.

Il maestro che passeggia all’ombra del tempio, tra i seguaci, non elargisce la sua saggezza, ma piuttosto il suo amore e la sua fede.

Se egli è saggio veramente non vi offrirà di entrare nella casa della propria saggezza; vi condurrà fino alla soglia della vostra mente.

L’astronomo può parlarvi di come intende lo spazio, ma non può darvi il proprio intendimento.

Il musicista può cantarvi il ritmo che è dovunque nel mondo, ma non può darvi l’orecchio che ferma il ritmo, né la voce che gli fa eco.

E chi è versato nella scienza dei numeri può descrivervi le ragioni dei pesi e delle misure, ma non può condurvi laggiù.

 

E’ diseducativo dire il mondo è dei furbi Ottobre 13, 2009

Archiviato in: Quello che penso... — capitan8 @ 2:49 pm

Oggi giorno capita spesso di sentire questa frase “Il mondo è dei furbi, impara ad esserlo anche tu”.
Da formatrice non posso fare altro che incavolarmi con chi dice queste castronerie ai propri figli, agli amici, ai colleghi, agli atleti.
Il mondo non è nemmeno dei buoni e perdenti ma se i buoni sono anche forti e molto bravi allora è un’altra storia.
E come si fa a costruire questa storia? Pongo questa domanda a tutti gli allenatori, i colleghi, gli amici che mi chiedono di costruire una squadra o meglio un’organizzazione vincente.
A mio parere la storia si costruisce se riusciamo a formare un sistema in cui funzionano le regole, ma le regole giuste sono anche convenienti?
Sono convenienti quando generano valore. Il concetto universale del valore a volte lo si confonde con quello di profitto. Perseguire il profitto è diverso da perseguire il valore.
Vi faccio un esempio: vado in un negozio mi provo un vestito, la commessa mi dice che sto bene, quando invece sono orribile; io le credo perché il vestito mi piace; arrivo a casa e mia mamma mi dice che sto malissimo e che il vestito mi fa mille difetti. In quel negozio non ci metto più piede.
Il profitto della commessa è stato immediato; il valore lo si costruisce con il tempo ed è duraturo.
Così come dovrebbe fare l’allenatore costruire un valore e non tanto mirare al profitto immediato e semplice. L’allenatore che costruisce un sistema sportivo sviluppando una forte identità, conseguendo risultati di eccellenza ( e non intendo sempre vincere), definendo e rispettando le “regole del gioco” è allora la figura positiva nel panorama sportivo.
Solo l’allenatore che riconosce le differenze, motiva le persone costruendo legami e significati, costruisce e coltiva le relazioni di fiducia, innescando i meccanismi benefici della convergenza degli interessi e degli scopi. Per questo ci vuole tempo, non si deve mollare.

Faccio questa riflessione, stimolata da un incontro professionale, ma soprattutto eccitata all’idea di diventare allenatrice in seconda di un Allenatore positivo di una squadra di giovani ragazzi che milita in serie D.

 

Le competenze dell’allenatore di M.Moretti Luglio 21, 2009

Archiviato in: Articoli — capitan8 @ 12:42 pm

LE COMPETENZE DI UN ALLENATORE di M. Moretti (Hi-tec Volley feb/mar02)

Una domanda che i giovani tecnici spesso rivolgono a colleghi più esperti, è “cosa bisogna fare per diventare un buon allenatore?”

Innanzitutto bisogna premettere che non esiste una scuola che insegni a diventare allenatori. Sicuramente né il diploma l.S.E.F (ora Laurea in Scienze Motorie), né i corsi delle Federazioni sportive, forniscono le competenze necessarie per svolgere quest’attività nel migliore dei modi. Spesso, l’allenatore si forma sul campo, attraverso una serie di prove e d’errori che scaturiscono dall’esperienza propria e degli altri allenatori. L’allenatore è sostanzialmente un autodidatta, che si forma da sé con l’esperienza di tutti i giorni e che cerca di “rubare” segreti ad altri allenatori più esperti e preparati che, a loro volta, si erano probabilmente formati nello stesso modo (quante volte ho cercato di carpire “segreti” agli allenatori che in quel dato momento erano considerati i migliori: Dan Peterson, Silvano Prandi, Enzo Bearzot, Julio Velasco. N.d.A.). Ascoltando i tifosi o i giornalisti, ogni tanto si sentono frasi come “quell’allenatore è bravo a fare lo spogliatoio, l’altro sa gestire benissimo la partita”, oppure “sa fare andare in forma la squadra nel momento opportuno”.

Che cosa è necessario allora saper fare? Questi, a nostro parere, sono gli aspetti fondamentali: 1. Formare la squadra, selezionare 2. Gestire il gruppo 3. Saper agire all’interno dell’organizzazione 4. Conoscere la tecnica, la tattica e la metodologia dell’allenamento 5. Saper essere un buon tattico durante la partita 6. Mettere in forma fisicamente 7. Condurre la squadra

SELEZIONARE All’inizio della stagione, quando l’allenatore viene contattato dalla società, insieme a lei si trova a dover “formare la squadra”. Selezionare e scegliere gli elementi che dovranno costituire la squadra nella stagione successiva, è il primo compito determinante per costruire un gruppo che possa ottenere dei risultati. Selezionare è quindi molto importante, e per farlo bisogna conoscere bene tanto i giocatori quanto il campionato in cui ci si dovrà confrontare. Un allenatore che opera in un campionato nuovo (ad esempio, in caso di promozione) troverà maggiori difficoltà nella selezione. Per scegliere bene gli elementi è necessario avere dei criteri precisi da adottare nella scelta, quali: Capacità tecniche: è la prima cosa che va considerata, avere degli atleti con una buona tecnica può risultare determinante in una partita, soprattutto nei momenti decisivi. Qualità fisiche: lo sport di oggi si differenzia da quello di dieci – venti anni fa, soprattutto per un’evoluzione delle qualità atletiche dei suoi protagonisti; a parità di capacità tecniche, le qualità fisiche diventano determinanti, e mentre le prime si possono sviluppare con l’allenamento, sulle qualità fisiche ci sono pochi margini di miglioramento. Salute: è una condizione importante. Solo un’atleta in condizioni psico-fisiche ottimali può pensare di sopportare l’attività di una o più stagioni nei campionati di alto livello sportivo di oggi. Età: anche questo è un elemento che va tenuto in considerazione nella fase di selezione, tenendo presente che maggiore sarà l’intensità della stagione (numero di gare da disputare), minori saranno le possibilità di atleti/e non più giovani di essere efficienti per l’intera stagione. Di contro, esiste il fattore esperienza, per il quale è difficile raggiungere un risultato importante se non si ha in campo un certo numero di atleti che hanno già avuto quell’esperienza (ad esempio che abbiano già vinto un campionato o fatto dei play-off). Mentalità: con questo termine desideriamo racchiudere tutte quelle qualità psicologiche (controllo emotivo, volitività, fiducia nei propri mezzi, autodisciplina, capacità di stare in gruppo…) che per un atleta sono sempre più importanti. Capita spesso di sentire che squadre fortissime dal punto di vista tecnico e atletico, non riescano a vincere nei confronti di squadre sulla carta più deboli, che però in campo dimostrano una mentalità vincente. Comportamento e disciplina: abbiamo inserito quest’elemento volutamente all’ultimo posto. Se è importante avere degli atleti che siano rispettosi dei loro compagni, dell’allenamento e dei compiti che gli vengono assegnati e, che abbiano delle capacità di autodisciplina, riteniamo, salvo in casi eccezionali (comportamenti che contrastano con la vita di un atleta), di dover considerare questo come ultimo criterio in ordine d’importanza. Sarebbe un errore enorme non scegliere un atleta con grandi doti tecniche e grandi qualità fisiche perché difficile da gestire. Detto questo, per evitare che uno possa pensare di formare una squadra solo con “bravi ragazzi”, è necessario ribadire altrettanto che avere degli atleti disciplinati, professionali e soprattutto capaci di lavorare in gruppo facilita all’allenatore il compito di costruzione di una squadra. Siccome non ricordiamo alcun atleta che rispondesse perfettamente a tutti questi criteri, selezionare significa proprio decidere a quali criteri si voglia dare maggiore importanza. a discapito di altri cui si è disposti a rinunciare. Nei campionati di oggi il compito di selezionare continua anche durante la stagione. I trasferimenti, infatti, non si chiudono più, come in passato, prima dell’inizio della stagione, (oppure, se chiusi, vengono riaperti per un periodo durante il campionato o possono essere effettuati dei “tagli”). L’allenatore dovrà continuare, per questo motivo, la sua opera di selezione anche durante il campionato, decidendo se confermare la fiducia a tutti i suoi giocatori/trici o se sostituirne qualcuno.

IL MODELLO Dl GIOCO Ogni allenatore deve avere un suo modello di gioco, che ritiene il migliore per la sua squadra, al fine di conseguire un risultato (personalmente credo pochissi¬mo nel bel gioco che non ottiene risultati, N.d.A.). Come fa l’allenatore a crearsi un suo modello di gioco? Lo studio delle squadre più forti, quelle che, per intenderci, primeggiano a livello mondiale, o che hanno conseguito un ciclo di vittorie possono, se studiate attentamente, fornire gli elementi per stabilire il modello di gioco migliore. Detto così sembrerebbe che non ci sia spazio per nessuna novità dal punto di vista tattico, ma non è vero. Premesso che la novità intesa unicamente come cosa originale non produce nulla di buono, è chiaro che l’allenatore deve essere capace di adattare il suo modello a quelle che sono le necessità e caratteristiche della sua squadra.

NON BISOGNA ESSERE MAI TROPPO RIGIDI L’allenatore non può rinunciare ad avere degli atleti/e forti che contrastano con il suo modello ideale di gioco. Guai a preferire una squadra con un modello di gioco ideale, ma con atleti non molto forti, piuttosto che una squadra con atleti molto forti e un modello di gioco adattato alla situazione. Crediamo che un allenatore deb¬ba sempre scegliere la seconda soluzione.

TROVARE UN BUON EOUILIBRIO Selezionare validi giocatori e ave¬re in mente un buon sistema di gioco, non è sufficiente: bisogna trovare un buon equilibrio, soprattutto tra i titolari e le riserve. Sia gli uni sia gli altri, devono essere a conoscenza del loro compito all’interno della squadra. Ad esempio, una riserva deve sa¬pere in che occasione verrà utilizzata e in che modo ci si aspetta che dia il suo contributo. E’ opportuno scegliere riserve che siano a conoscenza del proprio ruolo e che lo sappiano accettare (personalmente preferisco avere in panchina degli atleti/e giovani che devono ancora emergere, i quali in genere sono più disponibili a stare in panchina e la cui voglia di affermarsi li fa trovare pronti in caso di necessità, N.d.A.). Un equilibrio deve esserci anche nel gioco: ad esempio tra l’attacco e la difesa. Nella pallavolo questo è un po’ più complesso perché si attacca quando il possesso di palla è della squadra avversaria. Per essere efficienti in attacco, ad esempio, bisogna prima ricevere ed alzare la palla, attraverso l’equilibrio di tutto il sistema ricezione – alzata – attacco. LO STAFF DELL’ALLENATORE Altro compito dell’allenatore sarà di formare, o di organizzare dove è già formato, un gruppo di persone che collaborano con lui nelle attività della squadra. In un gruppo ci sarà un responsabile organizzativo (team manager), un medico sportivo che avrà il compito di coordinare lo staff medico (fisioterapista, osteopata, ortopedico, radiologo, dietologo…), una serie di tec¬nici sportivi cui verranno delegate delle specifiche competenze (vice-allenatore, preparatore atletico, addetto alle statistiche, addetto ai montaggi video). Delegare in maniera chiara ad ogni collaboratore quelli che dovranno essere i propri compiti, e coordinare in modo efficace il lavoro di tutti, diventa un obiettivo importante per l’allenatore affinché l’attività possa svolgersi in modo ottimale (ad esempio, attraverso riunioni settimanali con tutto lo staff).

SELEZIONARE ANCHE NEL SETTORE GIOVANILE Ad un allenatore del settore giovanile non deve bastare essere un buon insegnante e educatore (anche se non è poco), ma deve essere in grado anche di ricercare talenti. Un buon allenatore del settore giovanile (under 14 o 16), non si limita ad allenare i giovani atleti a sua disposizione, ma ne ricerca degli altri che posseggano delle qualità fisiche particolari. Organizzare attività nelle scuole, osservare tante partite nei campionati giovanili, instaurare un rapporto di collaborazione con le società minori, soprattutto se hanno delle giovani promesse, risulta essenziale se si vuole avere un buon reclutamento, che è la base di un buon settore giovanile.

Maurizio Moretti Allenatore di 3° Grado Insegnante di Educazione Fisica Tecnico COTTON CLUB CARIFAC Fabriano (A2 Femminile)

 

Tabella obiettivi atleta Luglio 21, 2009

SCHEDA DEGLI OBIETTIVI

Nome………………………………………………. Data…………………………………..

1. Il ”sogno” della mia carriera agonistica è: .…………………………………………….

2. Gli obiettivi di questa stagione agonistica sono:

a breve termine

fisico…………………………………………………………… psicologico……………………………………………………… tecnico…………………………………………………………..

a medio termine

fisico…………………………………………………………… psicologico……………………………………………………… tecnico…………………………………………………………..

a lungo termine

fisico…………………………………………………………… psicologico……………………………………………………… tecnico…………………………………………………………..

3. Quanto sono motivato a raggiungere questi obiettivi?

per niente 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 moltissimo

4. Quante ore settimanali voglio dedicare all’allenamento?

Prima dell’inizio delle gare…………………………………………………………………………

Durante il periodo delle gare……………………………………………………………………..

5. Se non raggiungo gli obiettivi che mi sono proposto, in quale grado continuo ad accettarmi ugualmente come persona?

Completo rifiuto 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 completa accettazione

6. Quale aiuto voglio dal mio allenatore? …………………………………………………………………………………………………………

7. Come penso si comporterà con me l’allenatore? …………………………………………………………………………………………………………

 

Leadership: recensione di un libro Luglio 10, 2009

Archiviato in: Libri — capitan8 @ 1:20 pm

Pochi giorni fà è stato presentato presso il FORMAS a Firenze, il libro sulla leadership innovativa e trascinante del nuovo presidente americano Obama. Il titolo del libro è “Obama leadership. Come possiamo imparare come manager e come persone”  di Federico Mioni, Marco Rotondi, Milano, Angeli, 2009. Con l’aiuto di Valerio, bibliotecario tuttologo, nonchè collega presso la biblioteca del Dipartimento Agenzia per la Formazione della ASL11 di Empoli, proviamo ad evidenziare alcuni concetti chiave.

<< L’idea di scrivere un testo relativo a Obama non politico ma manageriale è innovativa e di grande utilità pratica non solo per i manager, ma per chiunque voglia intraprendere un percorso di crescita personale (empowerment).

 

Barack Obama non ha fruito nella sua vita dei vantaggi ereditari che contraddistinguono tante carriere politiche: ha dovuto farcela da solo non avendo dietro né una famiglia ricca né un padre influente. Ha ottenuto ogni cosa con le sue personali energie, costruendo la propria strada e sapendo mettersi ogni giorno in gioco.

 

Ha dimostrato una capacità superiore di gestire la campagna elettorale, durata due anni, con il supporto di migliaia di volontari, affidandosi a collaboratori che garantissero piena professionalità e utilizzando i mezzi di comunicazione, internet in particolare, in maniera innovativa.

 

Le idee chiave che emergono dalla proposta politica di Obama  sono: merito, rispetto, affidabilità, serietà, concretezza ovvero parole guida capaci di infondere negli elettori il senso di speranza per il nuovo american dream.

 

Obama, ha avuto l’intuizione di cogliere il desiderio profondo della psicologia collettiva degli americani: il suo slogan il cambiamento in cui possiamo credere ha contribuito a smuovere le energie di tanti cittadini che sembravano passivi.

 

Proprio in questa ottica Obama si è avvalso di collaboratori e professionisti di alto livello impegnando il proprio staff in ogni stato per studiarne le esigenze e formulare le proposte di riforma, soprattutto con riferimento alle leggi che incidono sulla vita delle persone.

 

Il libro di Mioni e Rotondi, attraverso l’approfondimento dei temi e valori nel programma di Obama e, collegando tutto questo alle tematiche manageriali e alla crescita delle persone, aiuta a capire un’idea molto cara ad Obama: l’idea che, senza esaltazione e con un’umiltà coraggiosa, ognuno può sviluppare una propria leadership intesa come forte crescita personale>>.

Ai posteri l’ardua sentenza…

 

Comunicazione condivisa Luglio 2, 2009

Archiviato in: c'era una volta... — capitan8 @ 7:58 am

Era il Super Bowl Sunday, quel giorno inviolabile in cui la maggior parte degli uomini americani si piazza davanti al televisore a guardare il più importante incontro di football dell’anno.

La partenza del volo New York- Detroit era stata ritardata di due ore e fra i passeggeri – quasi tutti i uomini di affari- la tensione era palpabile.

Quando finalmente arrivarono a Detroit, un mi serioso problema tecnico con la scaletta fece fermare l’aereo a circa trenta metri dal cancello.

Sull’aeroplano i passeggeri, isterici per il ritardo, saltarono comunque in piedi.

Una delle assistenti di volo andò al microfono.

Come poteva ottenere che tutti obbedissero al regolamento restando seduti finché l’aereo non avesse portato a termine l’avvicinamento al cancello?

La donna evitò di annunciare con tono rigido: “ Il regolamento federale prevede che tutti i passeggeri riprendano posto a sedere prima che l’aereo cominci la manovra di avvicinamento al cancello”.

Invece, cantilenando come se stesse ammonendo scherzosamente un bambino adorabile appena colto a fare una birichinata tutto sommato perdonabile, se ne usci con un: “ Vi siete alzaaaaaaaati?!”

Al che, tutti scoppiarono a ridere e si rimisero a sedere finché l’aereo non ebbe terminata la manovra.

Date le circostanze i passeggeri scesero dall’aereo con un sorprendente buon umore.

 

I paradigmi della formazione a confronto Luglio 2, 2009

Archiviato in: Materiale docenze — capitan8 @ 7:47 am

Per meglio comprendere le caratteristiche dell’apprendimento umano è necessario differenziare tra bambino e adulto.

Facendo ciò possiamo dividere la parte pedagogica ( relativa al bambino) da quella andragogica ( relativa all’adulto) e soffermarci su alcuni aspetti che meglio spiegano le differenze nell’apprendimento.

La pedagogia è una scienza dell’istruzione che si occupa della riflessione critica e della progettazione della pratica educativa ( dal greco paidos bambino e guidare, condurre, accompagnare). L’andragogia è una teoria unitaria dell’apprendimento ed educazione degli adulti. Il termine è stato coniato in contrapposizione a quello di pedagogia.

Prendendo spunto dalla tabella che confronta i due modelli pedagogico ed andragogico ( Rago, 2006) possiamo evidenziare come, nel primo modello l’approccio sia tendenzialmente deduttivo nel trasferimento di conoscenze, la metodologia sia centrata sul docente e l’erogazione formativa sia basata su interventi in presenza; nel secondo modello la motivazione ad apprendere è elemento centrale, assieme alla valorizzazione del vissuto dell’individuo.

 

Caratteristiche Pedagogia Andragogia
Obiettivo principale Trasferimento di conoscenze Valorizzazione delle esperienze
Utilità finale Modellizzazione cognitiva Trasferibilità al contesto di lavoro/vita
Ruolo dominante Centralità del docente Centralità del discente
Valutazione Responsabilità esterna  Autodisciplina
Spinta motivazionale Obbligo di apprendimento Motivazione personale/ professionale
Processo Strutturato Destrutturato
Metodo didattico Deduttivo Induttivo e deduttivo
Criticità psicologiche Psicologia del bambino Psicologia dell’adulto
Ingaggio metodologico Aspetto ludico- emotivo Aspetto cognitivo- razionale
Contesto Identità spazio- temporale Asincronia

Applicando al contesto sportivo le caratteristiche dei due modelli è facile soffermarsi sulla spinta motivazionale. Il bambino arriva alla pratica di uno sport nella maggior parte obbligato direttamente ( genitori) o indirettamente ( amici, scuola ecc.), dimostrando un attaccamento fragile allo sport. Nell’adulto invece la motivazione personale è il motore della pratica sportiva.

In entrambi i casi è comunque fondamentale il ruolo dell’allenatore che seppur con approcci diversi ha l’obiettivo di “fidelizzare” l’atleta, motivandolo a crescere come persona nei vari aspetti bio-psico-sociali.

L’aspetto ludico-emotivo per l’ingaggio dell’atleta nel processo di apprendimento è comunque fondamentale sia per il bambino, che per l’adulto. Alcuni studiosi recuperano questa dimensione definendo come approccio pedandragogico quella pedagogia che fa appello alle emozioni, all’intrattenimento, al divertimento per formare e sviluppare le competenze.

E’ anche per questo che lo sport è una metodologia formativa utilizzata anche nelle organizzazioni per sviluppare competenze come: gestione di un gruppo, problem solving, time management, comunicazione interpersonale e altro ancora.

 

Tre passi verso il successo Giugno 26, 2009

Archiviato in: c'era una volta... — capitan8 @ 10:37 am

La radio trasmetteva un’intervista a un ex campione di tennis.

<< Sei sempre stato un campione?>> chiese l’intervistatore.

<< No>> rispose, << anche se da piccolo ero considerato una potenziale promessa per il futuro. Altri ragazzi, però, erano più bravi di me, avevano un dono naturale e io spesso dovevo giocare con la più brava delle ragazze, che era un’avversaria più adatta a me, rispetto ai ragazzi più forti>>.

<< E dove sono ora quei ragazzi? Che fine hanno fatto?>> chiese l’intervistatore.

<< Be’>> disse l’ex campione, << non ce l’hanno fatta. Avevano talento, ma non ciò di cui c’è bisogno>>.

<< E di cosa c’è bisogno?>>

<< Devi volerlo con tutto te stesso>>.

<< Questo è il segreto?>>

<< Ce n’è anche un altro. C’è bisogno di disciplina: non importa quanto talento tu abbia, devi avere la disciplina per nutrirlo e svilupparlo. Devi avere priorità precise e rinunciare a molte cose che, al momento, possono rivelarsi attraenti>>.

<< E’ questo il segreto?>>

<< Ce n’è un altro>> disse l’ex asso del tennis, << ed è una cosa ancora più difficile e dura da realizzare, rispetto alle prime due messe insieme. Bisogna essere umili a prescindere da quanto bravi. C’è bisogno di umiltà per ascoltare gli allenatori, per accogliere i consigli, per sperimentare nuove possibilità e per ammettere di non sapere tutto. Il feedback è la colazione dei campioni. Questi tre elementi sono il segreto del mio successo>>.

( Intervista a Boris Becker)

 

Vita da allenatore 4 Giugno 26, 2009

Archiviato in: Test: mettiti alla prova — capitan8 @ 10:01 am
 

Vita da allenatore 3 Giugno 26, 2009

Archiviato in: Test: mettiti alla prova — capitan8 @ 10:00 am